Aggiornamenti

AGGIORNAMENTO SULLE FACOLTA’ MENTALI: tendere il bancomat alla tipa nel gabbiotto del benzinaio, dopo averne lodato a voce alta le incredibili doti e abilità ed averne attribuito il merito al suo essere femmina e di riuscire quindi a gestire tre clienti contemporaneamente, tenere accesa una sigaretta, presumibilmente cucinare la cena con le onde cerebrali, e tutto ciò pur essendo bionda. Tendere il bancomat e subito dopo sentire una voce cantilenante che ripete la sequenza di numeri dell’allarme di casa di vostra sorella. Provare a digitare, sudando copiosamente. Arrossire, vergognarsi, scusarsi con la tipa e con tutto il genere femminile a cui non siete degna d’appartenere, lasciare in ostaggio un documento foderato della vostra perduta dignità e fuggire verso lo sportello del bancomat dove, senza dubbio e senza fretta, non digiterete per quattro volte un PIN sbagliato, rischiando di bloccare la carta. Digitare quattro volte il PIN sbagliato.

AGGIORNAMENTO SULLE ABILITA’ TENNOLOGICHE: acquistare un router nuovo. Tentare per due sere e per diverse ore di farlo funzionare. Tentare la qualunque, per poi arrivare all’ipotesi, quanto mai nefasta, che sia quello scatolotto obsoleto del vostro portatile il vero verissimo problema. Desiderare, quanto mai prima, di avere a disposizione esclusiva un esemplare di maschio adulto desideroso di rendersi utile. Cadere, di conseguenza, in un profondissimo stato depressivo.

AGGIORNAMENTO DEL SOGNO D’AMORE: sotto i mei piedi un sentiero sterrato, in salita. Davanti a me la schiena di un uomo che cammina, lo zaino sulle spalle. L’uomo si ferma, si volta, mi sorride guardandomi negli occhi. Mi accarezza il viso e mi prende per mano. E’ una limpida, fredda mattina d’inverno e l’acqua del lago sembra gonfia di luce. Camminiamo. Non so dove stiamo andando, ma lui sì, e questo è tutto quello che voglio sapere.

Sweet, sweet, (bitter) sweet…

C’è che in questi giorni sono in pieno delirio di rovina.

Insomma, per anni mi sono limitata a galleggiare sulle acque immobili di un lavoro sottopagato, rendendomi lucidamente conto di essere l’ultimo anello della catena alimentare, arrivando ad invidiare il fulgido stipendio ( e l’incontrastato potere) delle bidelle che si scaldavano il pranzo nel fornetto dopo aver stancamente passato lo straccio nei corridoi, pietendo un po’ della loro preziosa attenzione per farmi ingrandire le fotocopie.

E poi, grazie all’invisibile opera dell’Illuminazione Divina, ho cominciato un percorso formativo lungo, faticoso, meraviglioso – per cui fortunatamente erano previsti comodi pagamenti in comode rate mensili – e nel giro di quattro anni, che hanno avuto la densità trasformativa del miele di zagara, ho imparato un nuovo mestiere. Sono una specialista.

Ho sistemato la tesi con la copertina blu pavone accanto a quell’altra, inutile, con la copertina bordeaux, e mi sono affidata con un ampio sorriso al mondo del lavoro, che sembrava aspettare proprio me. Tante tante cose son cambiate, in un anno e mezzo, ma non il mio reddito.

Dunque me ne stavo lì, poco fa, col culo sul calorifero della mia camera, a grigliarmi le terga parlando con la Doris. La aggiornavo sullo stato pietoso delle mie finanze, dipingendo nei meravigliosi toni del grigio e del marrone l’mmagine fulgida del mio futuro. A un certo punto una delle due ha detto la parola “pensione”. Ah, sì, quella cosa che non mi daranno mai. Quella cosa senza la quale, e in assenza di una discendenza che provveda alla mia senescenza, farò la fila alle mense per i poveri, sperando che ancora esistano le mense per i poveri quando andrò in non-pensione.

E poi, d’un tratto, la  r i v e l a z i o n e.

– Doris – dico – so cosa fare! Finalmente il mio futuro non mi appare più color della torba! Arrivata sui sessanta comincerò ad ingurgitare carrettate di grassi saturi, fumare il fumabile, sospendere la seppur minima attività fisica! Doris, io non devo preoccuparmi per la mia vecchiezza, devo semplicemente accelerare la mia morte! Visualizzami Doris cara, visualizza questa pre-vecchina canuta seduta in poltrona davanti alla tv che si ingozza di pane burresalame e cucchiaiate di tiramisù! Ah-ah Doris, ho appena dato un nuovo significato all’espressione “dolce morte”! Doris, perché non parli? Sei sconvolta? Sei preoccupata per il mio piano? Do-o-oris?

– No, è che, scusa, devo prepararmi. Vado alle terme un paio di giorni. Comunque, Wi’, ottimo piano. Fossi in te comincerei subito.

La Doris ed io, con una certa evidenza, non faremo la fila insieme alla Caritas. Parlare mi ha fatto venire sete, comunque. Dovrei avere della panna fresca in frigo.

Archetti pensili

Non so se avete presente quei pomeriggi – o sere, potrebbero essere sere – dopo una mangiata che vi costringe a slacciare un bottone dei pantaloni (posto che abbiate i pantaloni coi bottoni) e siete fra gli amici più intimi che la vita vi abbia lasciato attaccati al destino, amici, amiche nel mio caso, che hanno condiviso con voi un numero limitato di successi e gioie e una camionata di fallimenti (anche piccoli, sì, quei fallimenti minuscoli, buoni solo per aumentare il vostro repertorio di battute autolesioniste. o autoironiche, dipende) e tristezze, insomma amiche che condividono anche ricordi di quell’interrogazione, e di quel bacio, e di quel bacio mai dato.

In uno di quei pomeriggi, dunque, col sole che entra silenzioso dal lucernario e un ultimo cucchiaino di crema al mascarpone in bocca, mentre guardate le foto fatte la mattina raccontando l’irraccontabile, ti viene lanciata addosso e senza preavviso una domanda, la domanda,

ma qual è il grande amore della tua vita,

e tu rispondi, prima di accorgerti che stai rispondendo rispondi, senza esitazione. Forse è la parte di te più stupida, a rispondere, quella che sembra non imparare, o non volere imparare, quella che conserva intatta la speranza e la semplicità della bambina che non sapeva neanche di avere speranze da portare a compimento. Rispondi, subito, poi ti fermi, ti correggi, fai un nome.

Ma la risposta l’hai data. Prima.

Quello che non ho ancora incontrato.

Agosto, amore mio non ti conosco. Considerazioni di fine autunno inizio estate

Vista l’improbabile imbastitura progettuale dei prossimi lavori di edilizia e falegnameria domestica, è altamente consigliato recarsi nei centri Faidathè vestita come se “non ci fosse un domani” (cit.). Complice la fioritura anteriore proditoriamente simulata da una banale sindrome premestruale, gli addetti al taglio legno si prodigano in consigli e cenni d’assenso nonostante l’aspetto raffazzonato del foglietto delle misure. Insomma, che servano a qualcosa, ‘ste tette.

Quando è successo, te lo ricordi? Eri innamorata di quest’uomo, no? Forse non era amore, era l’abisso, era la vertigine, era la paura di cadere, la voglia di cadere, fino in fondo. Di sicuro, era desiderio. Ora che il desiderio, suo, ti viene strofinato addosso, ti è così facile dire di no, con dolcezza, con tenerezza, ma no. Eppure lo desideri ancora, ancora abbastanza da. Avresti accettato le briciole, avresti voluto qualsiasi cosa che fosse qualcosa, ma non ora. Non più. Sorridi, nel buio. Forse aveva ragione lui, in macchina, poche ore prima: non hai capito niente, ti stai raccontando la storia che vuoi sentirti raccontare. Sorridi. Vorresti dirglielo: lo sai che avrei fatto qualsiasi cosa tu mi avessi chiesto? Per fortuna non mi hai chiesto nulla, e adesso posso dirti di no. No a questo qualcosa che sa di niente.

Parla del giardino, dice che vuol far tagliare la magnolia, che il vicino non esce mai di casa, che ha capito di avere qualcosa di brutto. non ho paura di morire ma di soffrire. Sì, zia. Non farò come gli altri, non dirò che cosa stai dicendo. Hai paura, chi non ne avrebbe? Non devo piangere. Penso a mia nonna. Non devo piangere. Trova qualcuno – mi dice – è brutto stare soli. Lo so, zia, lo so.

il catino delle nuvole

il catino delle nuvole

Non so perché, davvero. Penso che ti chiamerò, fra un minuto, forse cinque, forse domani. Meglio domani, o la settimana prossima. Non so perché, ma proprio non ci riesco. Vorrei chiederti se sei più felice o più spaventato. Vorrei chiederti se hai scelto tu, o la vita, o lei. Ho sempre avuto pessime domande, e tu risposte mute. Forse le domande erano pessime perché già conoscevo le risposte. Le conosco anche adesso. Ti conosco anche adesso.

L’ultima volta che ti ho sognato mi sono svegliata piangendo. Piangevo perché non riuscivo a spiegarmi, a dirti perché fossi disperata. Mi voltavo e non c’eri più, svanito senza le parole che non riuscivo a formare sulle labbra. Un’amica mi porgeva una minuscola pianta di arancio, un bonsai, colpita dal fulmine. Mi chiedeva di curarla.

Lo faccio domani, davvero. Domani mattina ti telefono. Ridiamo sempre quando ci sentiamo. Non ho più paura di quello che dirai, non ho più paura di quello che non dirai. Non ho più bisogno di te da molto tempo. Però voglio sapere se avete già scelto un nome. E se sei più felice o più spaventato. Voglio saperlo anche se già lo so.

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A cosa pensa la donna che dorme dietro la finestra su cui si riflette la luna

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Alla sua bocca e all’ultima volta che l’ha baciata. All’abbraccio perfetto delle sue braccia, come ali cresciute attorno alle sue spalle. Alle parole cadute dalle dita in una notte di troppe birre.

Più probabilmente pensa alla visione col sigaro fra le labbra che le ha chiesto che tipo di rosa volesse e poi l’ha fatta trotterellare dietro di sè per tutto il vivaio – uh che passo vigoroso –  irrorando i fiori tutt’intorno con l’aura dorata della sua possanza fisica e facciamo che non mi guardi così con quegli occhioni tendenti al verde, dai, che sennò finisce che di rose ne compro dieci…