A.

Ieri sera l’ho rivisto. Era in macchina, al telefono, fermo sul ciglio della strada.
Rumorosa inversione a U, accosto, mi avvicino al finestrino pensando appena cazzo non sono neanche truccata… Mi passa un amico, scherzo, Filippo, ciao, io sono la ex!

Solo….la voglia di toccarti, ma non toccarti per desiderio, toccare la tua carne perchè sento che mi appartiene, che la sua dimora è fra le mie mani
e parlare
e stupirsi di come non sembri passata un’ora da quando eravamo insieme
e guardarti e riconoscerti
domandarsi, una volta di più, come abbiamo potuto lasciare che finisse.
Tutto qui.

FOTO

Guardo questa foto.
Un anno fa. La luce è quella gioiosa e trasparente di un’isola di basalto, minuscola, al largo della costa occidentale della Scozia.
Quella luce riveste il mio viso. Io rido. Appoggiata alla mia testa la tua testa, i tuoi capelli chiari fra i miei, scuri. Sorridiamo. Siamo felici.
Non capisco come, dimentico che dopo appena una settimana da quel giorno tu stavi con lei.
Se non mi imponessi di ricordare questa semplice, banale verità, correrei da te per urlarti che rivoglio indietro quel sorriso, quel giorno, quella luce. Voglio indietro noi.
Nella foto sono inconsapevole, e perciò felice.
Ecco. Rivoglio la purezza di quella inconsapevolezza…

AMICI

Mi ritrovo a pensare. Quante le persone che sono rimaste indietro, che non hanno più attraversato i confini incerti del mio passato.
Gli amici, quelli conosciuti fin dall’asilo, la bambina riccioluta con cui progettavo il boicottaggio del riso con i piselli e la fuga dalla colonia estiva, il ragazzo timido che preferiva stare con me piuttosto che confrontarsi coi suoi coetanei, Renata, dagli occhi verdi e l’anima annebbiata, che si è innamorata di me al liceo, le decine di persone incontrate, poi, sui banchi di un’aula universitaria, o con cui ho giocato anni a pallavolo…
Nessuno che ricordi con il reale desiderio di avere ancora vicino.

Eli, ti ricordi con quanto affetto ascoltavo le tue interminabili telefonate, con quanta pazienza cercavo di mettere ordine fra le girandole dei tuoi pensieri, la fatica con cui cercavo di rispondere alle tue domande?
Ricordi come è finita ogni cosa?
E non mi manchi.

A volte sono colta dal senso di perdita. Ma so che è un attimo. So che DAVVERO sono altre le cose che ho perduto, altre le persone che non POTRO’ rivedere più.

Ecco. Adesso l’ho detto. Vi ho voluto bene, vi voglio bene. Ma non ho bisogno di voi.

LA SEGRETARIA BIONDA 2

Ci sono cose che ci rifiutiamo di credere possibili.

Eppure queste cose accadono. E anche quando veniamo a sapere che sono effettivamente accadute, beh, ci vogliono ore, a volte giorni, perché il senso di quello che abbiamo saputo ci pervada.

 

Winterblossom era una ragazza presuntuosa, sì. Convinta, se non altro, di conoscere LUI meglio di chiunque altro.

Dunque, nonostante indizi macroscopici e una spiccata capacità di analisi, Winterblossom non riesce ad anticipare nemmeno una parola del dialogo seguente (dialogo, sia detto per inciso, che verrà ricostruito un po’ a braccio, perché quando Winterblossom ci ripensa, adesso, non sente proprio le parole di lui, sente un indistinto brusio…).

 

- Ciao

- Ciao

- Ti trovo bene…

- Grazie. Cos’è che mi dovevi dire di così urgente e così di persona, eh?

Winterblossom è fiera della sicumera che riesce a dimostrare. Sono guarita, sto bene, non lo amo piùùùù, pensa divertita. Ah ah.

- Stamattina ti ho detto che esco con una…

- No. Stamattina mi hai detto che scopi con una.

- Ecco. Penso sia giusto che tu sappia tutto. Così puoi essere completamente libera di vivere la tua nuova storia.

Winterblossom non coglie. Non anticipa. Non legge l’imbarazzo nella voce di lui. Winterblossom sorride (è stupida) e gli fa pac-pac sulla spalla sinistra, per accompagnare il racconto.

 

- Non è iniziata adesso.

- Cosa?

- La storia con F (F= la segretaria bionda)

- Dai? L’hai chiamata appena ci siamo lasciati, ah ah, neanche il tempo di lasciare raffreddare le lenzuola, ah ah…

Winterblossom ride. E’ davvero scema…

 

- Tre anni fa.

- Tre anni fa cosa?

- Ti ricordi che ho passato quel periodo terribile…il lavoro, i cazzo di parenti che mi davano il tormento…

- …

- Sono andato a letto con lei.

Winteblossom è una personcina dotata di una certa logica. E non vede un nesso fra le ultime due frasi che ha sentito. Ma, finalmente, capisce che lui le sta dicendo la più banale e ordinaria della cose: l’ha tradita.

E non ci crede. Impossibile.

 

- Una settimana, non di più, la prima volta. Poi si è trasferita, per lavoro, in Irlanda.

- La prima volta?

- Poi l’anno dopo, quando è tornata per le ferie.

- E…?

- Poi ancora l’anno dopo…

Winterblossom lo guarda e, per la prima volta, lo vede e sente le sue parole.

 

E adesso è davvero troppo stanca, e intristita, per continuare questo racconto…

 

 

LA SEGRETARIA BIONDA 1

Aprile 2007. Domenica mattina, ore 7.15.

Winterblossom dorme placidamente nel suo lettino. Il cellulare comincia a suonaralce

- ….

- Ciao, dormivi?

- … Non importa. Dimmi!

- Ecco, guarda, dopo la telefonata di ieri ho capito che tu stai iniziando questa storia nuova, e…ti ho sentito allegra, e…ho pensato di dirti questa cosa…

 

Winterblossom comincia a svegliarsi. Percepisce un cambiamento nelle vibrazioni dell’aere attorno a sé. Teme che a breve saprà qualcosa che preferirebbe non sapere. Ha la tentazione di chiudere graziosamente la comunicazione, adducendo a pretesto l’ora improvvida e il rientro nel cuore della notte. Ma, ovviamente , non lo fa. Winterblossom si sistema il cuscino sotto la schiena e ascolta.

 

- Da due mesi scopo con una.

- …

- Hai capito?

Winterblossom è improvvisamente sveglia.

Winterblossom aveva una cara amica. Il giorno di Natale di qualche anno prima, il marito di questa amica scrive un ispirato, appassionato biglietto d’amore alla moglie, il cui senso era, in estrema sintesi: ti amerò per sempre.

Prima dell’Epifania il marito dell’amica confessa fra copiose lacrime di avere una relazione e di NON ESSERE FELICE. Winterblossom inferisce da questo episodio che:

1) è necessario restringere drasticamente il numero di comportamenti umani che ci suscitano stupore

2) le parole hanno un senso e un valore che sfuma e svapora mano a mano che ci si allontana dall’istante in cui sono state pronunciate (ma anche scritte: scripta manent appunto per ricordarci la nostra incoerenza).

Nonostante ciò, Winterblossom è molto molto stupita.

 

- E chi sarebbe?

- Non te lo dico.

- Ma, dai, chi è? La conosco ?

- Una ragazza, lavorava per noi…te ne avevo parlato…bionda…la segretaria.

 

Il dialogo, è evidente, non rifulge per originalità, ma Winterblossom, che pure nei confronti a sfondo amoroso ha sempre dato prova di agilità dialettica, cade nella più bieca banalità. Fa domande prevedibili. Ha curiosità elementari, tipo: e com’è a letto?

Disgraziatamente LUI sembra avere ritrovato l’uso della parola, dopo anni di mmm, fff e “dimmi tu”.

LUI è generoso di dettagli e particolari. Lui descrive a Winterblossom persino le posizioni preferite della “segretaria bionda”.

Winterblossom non se ne rende conto ma è sotto shock. Se così non fosse si chiederebbe che senso hanno le domande che fa e le risposte che riceve, che senso hanno queste parole a due mesi dalla fine della sua storia con LUI.

Winterblossom ad un tratto viene risvegliata dal calore malsano che il cellulare sprigiona a contatto con il suo orecchio destro e dal segnale di avviso che la batteria è quasi scarica.

Ah! Salvata dalla batteria scarica.

 

- Mi si sta scaricando la batteria.

- Devo dirti ancora una cosa.

- Un’altra?Ah ah (Winterblossom è sotto shock, non dimentichiamolo!).

- Ma di persona.

- …

- Hai capito?

- Va bene. Senti…io vado a correre stasera. Fatti trovare al parcheggio alle 17. Così mi dici.

 

Fluff. Cellulare morto.

Winterblossom è stordita. Ha dormito tre ore. Sa con certezza che non si riaddormenterà.

Ma Winterblossom è ancora una bambina ingenua. E’ un po’ stupida, in verità, e si fida molto delle persone.

- Strano-pensa- avrei giurato che c’avrebbe messo più tempo a trovarsene una…

 

E la sera va all’incontro.

CORRERE

Correre…

Appena scendo dalla macchina mi chiudo ad ogni rumore esterno infilando gli auricolari del lettore MP3. Uno sguardo veloce all’orologio. Comunque so già quanti minuti impiegherò a percorrere i quattro km di sentiero che cominciano appena oltre il parcheggio.

Comincia la musica e io non sento altro, non i miei passi, non il mio respiro. Corro.

All’inizio lentamente, curva a destra, curva a sinistra.

Ecco, adesso comincia la prima salita, breve, ma il ritmo della batteria, o un assolo di chitarra costringono le mie gambe in una cadenza uniforme, energica.

E io sto sorridendo, lo so.

 Io canto, senza curarmi che qualcuno possa sentire la mia voce soffocata dalla fatica.

 

When you get what you want but not what you need …

E’ così, lo so io come lo sai tu…non possiamo tornare indietro, ma solo da dove siamo ora, solo da qui, riusciamo a vedere chiaramente cosa eravamo l’uno per l’altra. E cosa abbiamo perso.

When you loose something you cannot replace …

 

Discesa. I passi sono veloci. I piedi sembrano conoscere ogni irregolarità del terreno, ogni sasso o radice, le braccia si piegano per evitare i rami più bassi.

La felicità del corpo che si libera di ogni ricordo, che si scuote di dosso le tue mani le tue parole, che sputa fuori con il sudore quello che mi hai detto, quello che non riuscivo a capire da sola.

 

Don’t cry to me

If you loved me

you would be here whit me

 

Cosa è stato vederti piangere, qui, in questa casa, con le spalle schiacciate dai singhiozzi

Tu che non hai pianto neanche quando è morto tuo padre, amore mio

 

And every time you speak her name

Does she know how you told me you’d hold me

Until you die, ‘till you die

But you’re still alive

 

Immaginarti mentre fai l’amore con lei, mentre la tocchi, mentre cerchi sulla pelle di lei quello che non hai trovato poggiando le mani sui miei fianchi i miei seni

 

Correre, quando piove, con le foglie appesantite che sembrano accarezzare le mie braccia, con tenerezza, lasciare un segno sui palmi delle mani, che tengo aperte davanti al petto

correre, senza incontrare nessuno, ridere di come ogni ricordo sembri lontano superfluo estraneo

quello che importa, adesso, è il prossimo passo, pensare alla musica, pensare alla fatica dei muscoli

questo è reale

non il mio incantamento

non la mia stupidità

l’ultima salita, lunghissima, estenuante

 

wake me up inside

call my name and save me from the dark

bid my blood to run

before I come undone

save me from the nothing I’ve become

 

Nessuno mi richiamerà in vita, nessuno soffierà la mia anima dentro la mia carne come il Dio della Genesi per dare vita ad Adamo.

 

Correre, fino alla fine del sentiero, fino a sentire che non c’è più fiato nella gola, non ci sono più lacrime secche sotto le palpebre

Non c’è niente al mondo se non gli alberi che si chiudono a nascondere il sole e la luce che si inganna dentro le pozzanghere e il vento ed io.