La battuta migliore dell’anno

Entra in classe, disegniamo disegniamo?, agitando le braccia e riempiendo lo spazio dei suoi buffi vocalizzi. Ha gli occhi tondi e azzurri e i capelli così chiari da sembrare bianchi. La pelle screpolata dalla dermatita e rossa per l’emozione e la corsa.

Chiedilo alla tua maestra, se puoi disegnare con me, Marco. Però prima devi calmarti un poco…

Ma non sono io che faccio casino!

Ah no? E’ chi è, allora, salamotto?

Non sono io. E’ la mia immaginazione!

IO-LO-AMO

Sbocciavan le viole

Guardo i miei occhi guardarmi dalla superficie del tè che oscilla leggermente dentro la tazza .  Sono io eppure non sono io.

Ho riposto vecchie cose in piccole scatole bianche di cartone, e fra le mani mi sono trovata cose ancora più vecchie, dimenticate -  Sondalo, giovedì otto dieci sessantanove. Il sole tramonta alle quattro dietro alla seconda montagna a destra guardando verso Grosio, l’aria si rinfresca subito. Il bel tempo aiuta a sopportare questa vita da malati che si sentono sani, e non lo sono.

Malati che si sentono sani. E non lo sono (sani che si sentono malati, e non lo sono).

Quando mi sveglio, la notte, oriento la piccola lampada sistemata accanto al letto in modo che proietti ombre scure e precise degli oggetti che mi circondano, sui muri bianchi.

Cosa ti definisce meglio, la luce o l’ombra? La veglia o i sogni? Cosa ti rende familiare alle persone che ti sono familiari? Hai paura che non ti riconoscano se tu stessa non ti riconosci (se sei un’altra)? Trasformazione. La luce o l’ombra?

Sei stata a correre, nei boschi, poco fa. Non hai visto il cielo, ad ovest? I monti, qui attorno, cupi di nubi pesanti, e le Alpi, lontane, annegate di luce?

La luce e l’ombra. Il punto non è scegliere. Il punto è non scegliere.

Pulire lo specchio

L’ultima cosa che faccio prima di andare a letto è disegnare tre teschi, su un foglio di carta grigiastra. Poi mi infilo sotto le lenzuola e non posso fare a meno di leggere finché non sono arrivata all’ultima parola de Il silenzio dell’onda.

Oggi sono stata qui. Resto un tempo lunghissimo a guardare l’artista spazzolare uno scheletro umano, grattare via con le unghie insaponate una patina nera, di cui non mi spiego l’origine, in una colonna di monitor che inquadrano le sue mani sulle mani, nelle orbite, dentro le ossa del bacino, sui piedi, dentro la cassa toracica. Cleaning the mirror I . Sulla parente accanto, in un altro video, Marina è nuda, stesa, con lo scheletro sbiancato adagiato sopra il suo corpo, sollevato ritmicamente dal suo respiro.

Nel sogno sto per morire. Sono in un letto d’ospedale e so con quieta certezza che sto per morire. Non sono più vecchia, nè più govane, sto per morire adesso. Per una certa parte del sogno continuo a ripetere a qualcuno – qualcuno che è venuto a trovarmi immagino, ma non vedo nessun volto, nessun corpo – ripetere che si è rotta una canalina. Fra le mani tengo il modellino di un tratto della mia colonna, vicino all’osso sacro, e mostro un punto, a destra, in cui manca un pezzetto d’osso. Si è rotto qui, ripeto.

Non riesco a mangiare, faccio fatica a deglutire, forse non riesco a parlare. Un’infermiera arriva e mi dice che è necessario che io mangi qualcosa. Mi chiedo come, ma soprattutto non capisco che senso abbia farmi mangiare se sto per morire. E’ un pensiero che penso senza dolore. L’infermiera esce dalla stanza e rientra con due pezze di spugna bagnate di acqua calda, con cui mi avvolge le mani. Sento un calore umido e piacevole e penso che dovevano essere state gelide. Non riesco a deglutire. Penso a mia madre e a mia sorella. Devo dirglielo. Penso solo a loro, ma sempre senza tristezza. Per un istante mi turba il pensiero del loro dolore ma come se fosse il mio, se fossi al loro posto. Meglio così, dico, indicando il modellino delle mie ossa, non avrei potuto vivere in questo modo. Continuo a restare sola, sdraiata, con una sensazione di disagio nella gola.

Penso che se sto per morire ci sono cose che vanno buttate. I miei diari. Devo dire a Laura di buttarli. Decine di quaderni. Un altro pensiero mi attraversa la mente, altre cose devono essere cancellate, devono sparire. Comincio ad agitarmi, sono sempre sola. Parole, immagini. Devono finire con me. Nomi. Prima che quel pensiero si trasformi in angoscia mi sveglio.

Visualizzazione

Chiudete gli occhi. Liberate la mente da ogni immagine. Ora state vedendo un bosco.

E’ un luogo dove sono (siamo) stata realmente. L’incrocio di quattro vie. Forse strade frangi fiamme. Si credeva che nei quadrivi le streghe si dessero convegno, me lo ricordo mentre intaglio il cartoncino. Non ho visto streghe, né demòni (non le ho viste io, non io). Solo ombre.

 

IL METRO DI GIUDIZIO (niente è quel che sembra) TUTTO E’ QUEL CHE E’

1. SCEGLIERE. Ogni scelta comporta una rinuncia. Raccolgo dal pavimento due campanelle lucenti (devi chiederti perché hai scelto quelle), le scelgo perché mi piacciono. (non è un buon motivo) sì, perché mi piacciono. Non c’è un altro motivo. E’ un buon motivo.

Faccio tintinnare le campanelle accanto al mio orecchio. Llamadores de angeles. Lucifero, l’angelo caduto. Venere è visibile ad est, all’alba, come una piccola stella luminosa che gli antichi chiamavano Lucifero, portatore di luce.

Venere è visibile anche ad ovest, dopo il tramonto: allora il suo nome è Vespero.

vespero

Vesper: Sono un oscuro pianeta lontano. Giorni prima che mi scrivessi queste parole ti ho riconosciuto su un foglio nero, sai? La stella della sera, il pianeta caldo che viene inghiottito dal gelo della notte. Coincidenze che velano gli occhi, come l’aria impregnata di nebbia, nei cammini che portano all’Oceano. Dovrei dirtelo? No, non servirebbe. Però da qui vedo la tua luce, e non solo l’ombra.

Lucifer. Cerco di tornare in superficie, le profondità mi schiacciano, non riesco a respirare. Guardo le immagini delle terribili e meravigliose creature degli abissi. Nel buio silenzioso che le sovrasta emettono una luce irreale. Voglio capire come possano sopravvivere. Leggo: la sostanza che emette luce è chiamata luciferina. Non ho scampo, a quanto pare. Coincidenze che spalancano gli occhi. Però io vedo l’ombra, e non solo la luce.

A caso

I legami, le relazioni

le persone. che si aspettano qualcosa da te

a cui tu attribuisci aspettative che sono solo tue

fare

  dovere fare

volere

avere paura di volere

i legami, le persone

toccami

toglimi le mani di dosso

chiedimelo

non chiedermi niente

guardami

non mi guardare

La rabbia sposta fuori, la tristezza chiude dentro, colpa mia, colpa tua,

cosa consegue dalla convinzione che un uomo felice non possa amarti?

- E quindi non sei morto- gli dissi

-Per quanto possa valere la mia opinione – rispose fissando gli occhi, finalmente, nei miei – direi proprio di no.

Pigmenti

Appena entrata, gli occhi sono stati ingoiati dalla visione di una donna, a cavalcioni di un orso e dal triangolo netto di peli neri, intatti, e dall’uovo che solleva nella mano sinistra.

Mi volto, guardando da lontano le tele che sembrano ricoperte di polvere luminosa, di terra antica. Non ci sono cornici. Mi succede qualcosa che va molto oltre il godimento estetico. Leggo i titoli, mi avvicino al colore come se potessi entrarci. Ecco: io sono dentro, penso.  No, non è esatto: i colori sono dentro di me. Le forme. Le parole. Mi commuovo.

Questa donna parla la mia lingua, mi dico, e parla le parole che io non so dire.

C’è un’eco come il canto di una conchiglia, nelle mie orecchie.

Bussate, e vi sarà aperto. E’ il titolo. Davanti ad un portone sbarrato c’è una sagoma, rosso, si intuisce un desiderio, la disperazione ostinata di quel desiderio. Mi fermo a una certa distanza, ho paura.

Le visiteur du matin

Forse il desiderio ha trovato compimento. Il vento è entrato dalla finestra.

C’è una donna che guarda un albero, c’è una donna che si cerca nell’acqua abitata da piccoli pesci, c’è una donna che vola, ci sono cercatrici di perle. E ci sono le perle.

Forse non mi sono neppure stupita di trovare una figura immobile davanti all’Oceano e ai suoi scogli, è la Costa della Morte, la conosco. Il titolo è Finisterre. Lei è stata lì, io sono stata lì.

Tornata a casa, ho cercato sul sito di Simonetta. Ho trovato altre parole, altre immagini.

Sono vivo.  Un uomo vivo.     

Nell’equilibrio del mio cuore.                 

(Grazie di avermici portato, grazie)

 

 

E vicino al pesce disegnami un asino

Sono arrabbiata.

Sono arrabbiata e sono triste.

Io vorrei sapere, grandissima stronza, vorrei sapere che motivazione nobilissima ti sei data all’aver proibito ad un bambino di venire a disegnare con me all’intervallo; io vorrei sapere, grandissima stronza, se ti rendi conto del livello di angoscia che lo ammazza, questo bambino; vorrei sapere, grandissima stronza, se hai vagamente valutato la possibilità che lui abbia trovato nella mia matita il modo di sputare fuori un briciolo di quei fantasmi concretissimi che gli stanno spaccando la testa, e che fargli scrivere sul banco non devo parlare con le persone che non esistono equivale a dirgli sono matto e sono solo, troia, e che vederlo piegato con la testa sul banco, e piangere come non ho mai visto piangere nessuno, perché tu gli hai detto che è capace di disegnare da solo, e che non deve farlo con me, significa solo che la sua solitudine diventa assoluta, definitiva, e che non esiste più un posto, per quanto minuscolo come un banco di scuola nel tempo di un intervallo, un posto in cui non ti dicono di smetterla.

Perché lui, cretina, lui NON PUO’ smetterla.

Perché lui è davvero matto.