Pee-ccolo Caro

- Non so come dirtelo, Piccolo Caro, ma quel triangolo equilatero lì sembra proprio scaleno

-Wii, mi brucia il pisello!

-…

- Sai tipo quando fai pipì e una gocciolina ti resta sulle mutande e poi si appiccica? Ma te non c’hai un pisello, non lo sai… ahi, ohi..ahhh, così va meglio.

- Senti, cretinetti, la penna con cui stai distanziando il lombrico dalla mutanda atta a contenerlo è quella che ti ho prestato io, per puro caso? Escila subito grazie.

- Wii, mi dondola un dente. Non è che me lo strapperesti te?

- (a calci? a martellate? a sassate? oh sì sì sì) No, Piccolo Caro, lascio che la natura faccia il suo corso. A proposito di denti, pensi di tornarmi da Hurgada inchiattito?

- Ma cosa dici? Ma se ho appena perso 2 kg! Adesso ne peso solo 62!

- Piccolo Caro, ti rendi conto che sei più pesante di me? Ti rendi conto che la tua panza rende assai difficoltosi i miei placcaggi?

- Ma è ovvio, scusa! Sei più alta e quindi sei più magra! Oh, ciao, bidello, come butta?

- Dai, cacchio, quante volte ti ho detto che anche i bidelli hanno un nome?

- Appunto: bidelli. Oh, ma la nostra classe è come la droga, che i bidelli continuano a entrarci.

-O_o (frush frush frush)

- Ma la smetti di scrivere? Sono quattro anni che scrivi quello che dico!

- Tesoro, bambino mio, le (minchiate) perle che escono dalla tua bocca sono l’unico motivo per cui sono ancora qui, ti è chiaro?

- Wii, ti voglio bene.

- Cosa vuoi, per la precisione?

- Una caramella.

- Appunto.

 

The beginnings of

Le domande sgusciano da sotto il letto, nelle ore in cui gli occhi restano aperti ad aspettare che l’alba cambi il colore del buio. Domande che sembrano non avere alcun bisogno di una risposta, domande che prendono la forma di una consapevolezza che già esiste, da qualche parte. Le parole sospese nella luce si sono addensate nella spietata chiarezza della notte. E così, perché lui? Te lo ricordi, lo sai perché proprio lui? Sono passati così tanti anni.

Perché lui. Nella bocca si articolano pochi suoni che restano dietro il confine delle labbra.

Perché eravamo due analfabeti

E’ davvero così semplice la risposta? Forse. O forse è semplicemente vera.  Non avevamo idea di come leggere e scrivere la lingua degli altri. Forse (ma non avete mai imparato a parlare la stessa lingua, lo sai? sì, lo so).

Poi. Perché lui? (Non pensare a dopo, pensa all’inizio, solo a quello, poi la fatica e il dolore si sono portati via tutto, pensa solo alla sera in cui  siete saliti al faro, pensa a quello)

Perché era quello di cui avevo bisogno, anche se non era quello che volevo

E perché lui? (ricorda il pomeriggio in cui hai scritto alla fine torno sempre a fare gli stessi sbagli. li riconosco ma non mi serve a nulla) Perché lui?

Perché non potevo fare diversamente. No. Perché non volevo, perché non ho voluto farne a meno (hai tenuto gli occhi aperti, i muscoli tesi, il cuore spalancato, esposto. è stato giusto così. davvero? sì)

La luce filtra dalle persiane. Le domande tornano a nascondersi, perdono definizione, sfumano nell’imprecisione saggia del giorno. Come fantasmi si dissolvono e se ne vanno. Stanotte, forse.

(perché lui?)

 

Cinque ore e sedici minuti all’alba

-Signora!

-Dottore!

-Oh, signora!

-Oh, dottore, mi dichi, non mi facci temere il peggio!

-(fra sé) Un altro sintomo…la congiuntivite sfarfallante…

-…

-Ebbene, è stata rilevata, dopo attenta plicometria condotta coi più sofisticati metodi e dai più preparati medici, una percentuale molto bassa di grasso sottocutaneo!

-E ma quindi?

-E ma quindi, signora, ho una pessima notizia. L’infausta diagnosi. Trasmigrazione Anomala delle Cellule Adipose.

-E ma quindi?

-Signora. Lei ha il cervello pieno di grasso!

-Capisco…

-Ancora per poco, signora, ancora per poco.

Cristalli di neve

Da bambina l’epifania della neve, al mattino, mi riempiva di una gioia incontaminata. Solo desiderio di vestirmi, in fretta, correre fuori, nel bianco intatto del miracolo, riempirmi gli occhi e i polmoni di quel freddo, di quella meraviglia. Che importanza poteva avere che la neve si sarebbe sciolta? Sporcata, calpestata, scivolosa, pericolosa, fastidiosa, che importanza poteva avere? La neve nella sua perfezione di neve appena caduta.

Definire la felicità.

Riconoscerla. Quando è stata l’ultima volta che sei stata felice?

A me sembra di averne un ricordo molto preciso. La sensazione di qualcosa che preme per essere detto, gridato, in fondo alla gola. La consapevolezza della perfezione dell’istante, che si dilata nell’accadere fino a diventare sempre, anche se è già passato.

Quando è stata l’ultima volta che hai sentito (saputo) di essere felice, senza la ruggine delle domande e dei dubbi, la felicità nella luce accecante dell’evidenza, senza ombre? La felicità.

Una sfera perfetta. Io me lo ricordo.  Davvero. Non aveva alcuna importanza che stesse finendo nell’attimo esatto in cui l’ho sentita. Minuscola e perfetta. Come neve bianca.

Quando è stata l’ultima volta che sei stato felice?

Con uno sguardo mi ha reso più bella,

e io questa bellezza l’ho fatta mia.

Felice, ho inghiottito una stella.

Ho lasciato che mi immaginasse

a somiglianza del mio riflesso

nei suoi occhi. Io ballo, io ballo

nel battito d’ali improvvise.

Il tavolo è tavolo, il vino è vino

nel bicchiere che è un bicchiere

e sta lì dritto sul tavolo.

Io invece sono immaginaria,

incredibilmente immaginaria,

immaginaria fino al midollo.

Gli parlo di tutto ciò che vuole:

delle formiche morenti d’amore

sotto la costellazione del soffione.

Gli giuro che una rosa bianca,

se viene spruzzata di vino, canta.

Mi metto a ridere, inclino il capo

con prudenza, come per controllare

un’invenzione. E ballo, ballo

nella pelle stupita,

nell’abbraccio

che mi crea.

Eva dalla costola, Venere dall’onda,

Minerva dalla testa di Giove

erano più reali.

Quando lui non mi guarda,

cerco la mia immagine

sul muro. E vedo solo

un chiodo, senza il quadro.

W. SZYMBORSKA, Accanto a un bicchiere di vino

Guardo una donna seduta in un bar, accanto alla vetrina. Ha un vestito di maglia grigia, beve un tè e guarda fuori, nel punto esatto in cui sgocciola dell’acqua sul marciapiede. Io so a cosa sta pensando.

Poi vedo un’altra donna, ferma ad un semaforo pedonale, lungo viale Beatrice d’Este, accanto alla pubblicità della mostra della Pixar. Si guarda attorno, come se cercasse qualcuno. Io so a cosa sta pensando.

Infine una donna che corre, una felpa nera, le maniche tirate giù a coprire le mani, fa freddo, la vedo attraversare la strada in corrispondenza di una chiesetta minuscola con un campanile altissimo, incombente. arriva in un parcheggio, smette di correre. Io so a cosa sta pensando.

                                       J. VETTRIANO

Un armadio solo. Mi sono limitata ad un vecchio, orribile, robustissimo armadio pieno di tutte quelle cose vecchie orribili e variamente robuste che, ad un certo punto, uno vuole sbattere fuori casa. Quando mi sono trovata in un bagno di sudore e svitol, con l’inutile cacciavite che non cacciavitava un cacchio, sono scesa in cantina con lo sguardo lucidissimo di Jack Torrance, ho afferrato lo strumento da percussione più pesante che ho trovato, tipo picozza del XIX sec, e ho sfasciato quell’armadio.

(Giuro, se la caviglia smette di farmi male e posso ricominciare a correre non farò più, mai più di queste cose. Giuro.)

se-ducere

Che pensare di un esame sul disagio psichico

condotto sul filo di Ma quant’era zoccola la Bertha?

un esame si diceva che si conclude con la docente, donna temprata da anni e anni di lavoro coi matti, che ti dice Ah, Winter, allora siamo d’accordo. Da oggi esci le tette.

Il seguito di niente

Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.

E’ bella una tale certezza

ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono

che non sia mai successo nulla fra loro.

Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro

se non ricordano -

una volta un faccia a faccia

in qualche porta girevole?

uno “scusi” nella ressa?

un “ha sbagliato numero” nella cornetta?

- ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere

che già da parecchio tempo

il caso giocava con loro.

Non ancora pronto del tutto

a mutarsi per loro in destino,

li avvicinava, li allontanava,

gli tagliava la strada

e soffocando una risata

con un salto si scansava.

Vi furono segni, segnali

che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa

o lo scorso martedì

una fogliolina volò via

da una spalla a un’altra?

Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

Chissà, forse già la palla

tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli

su cui anzitempo

un tocco si posava su un tocco.

Valigie accostate nel deposito bagagli.

Una notte, forse, lo stesso sogno,

subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti

è solo un seguito

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.

W. Szymborska, Amore a prima vista

Bozze

Lo sguardo e il volto sconfinano nel tema del dialogo (del colloquio): non solo si parla anche con lo sguardo e con il volto ma talora il volto smentisce la parola: la smaschera nella sua finzione e nella sua inconsistenza (…) il volto si sottrae al possesso, al mio potere

EUGENIO BORGNA, Malinconia

SIMONETTA MARTINI, Il ritorno dell’orsa